Chi ben comincia…

Come potrete leggere qui, questo blog è nato prima nella forma di libro: rimasto abbandonato sulla desktop per troppo tempo, ha visto la luce grazie a uno schermo. Questa è una piccola prefazione per stranieri e per chi tratta il cibo da… straniero.

Essere italiani vuol dire molte cose. Ma se c’è una cosa che accomuna indistintamente tutti gli italiani è l’amore per il cibo. Amare il cibo non vuol dire sedersi a tavola e abbuffarsi di salse, sughi e intingoli come se non ci fosse un domani, magari innaffiando il tutto con del buon vino. Amare il cibo vuol dire aprire il frigorifero e… innamorarsi di un pomodoro. Ricordarsi che dietro quella gradazione di rosso ci sono stagioni, terra, sole e acqua.

Ok. Questo non vuol dire che ogni volta che apriamo il frigorifero dobbiamo metterci a comporre poesie decantando carote e cavoli. Ma credo che a chiunque abbia passato del tempo tra i fornelli sia capitato almeno una volta di sentire un fitto timore ancestrale di non deludere le generazioni di mamme, e nonne, e bisnonne in grembiule che l’hanno preceduto.

Credo che il luogo comune più diffuso all’estero sia immaginare noi italiani a spignattare e spadellare sin dall’alba per preparare pranzi di famiglia che richiederebbero a qualsiasi essere umano un esercito di cuochi, mentre invece ha fatto tutto la nonna con il suo cucchiaio di legno e il suo grembiule.

Torri di lasagne multistrato e pirofile zeppe di tagliatelle con il ragù, arrosti ripieni e torte ipercaloriche.

Falso.

La cucina italiana non è fatta solo di lasagne bolognaise (che poi, scusate, ma lo devo dire una volta per tutte. Si scrive lasagne alla bolognese. È uno dei piatti più gettonati per le feste di famiglia, ma ci vogliono ore per prepararlo a patto di seguirne tutti i comandamenti, quindi dubito che possa essere disponibile in qualsiasi ristorante del mondo. Quindi, non fidatevi. A meno che non siate a Bologna e non ve lo cucini una nonna bolognese). La cucina italiana non è tutto olio, tutto fritto, tutto pummarola e mozzarella.

La cucina italiana vuol dire “cucinare come lo farebbe un italiano”.

Siamo nel ventunesimo secolo. La globalizzazione è arrivata anche nel Bel Paese di Dante. Abbiamo poco tempo, un lavoro stressante e il frigorifero vuoto. Pochi hanno l’ortolano sotto casa o il contadino amico di famiglia che ci porta le primizie. Dobbiamo fare la spesa al supermercato. Orrore. Mangiamo perfino il cibo surgelato e precotto, senza farci vedere da nessuno.

E, per le donne, è difficile conciliare il tuttofritto con la taglia 40.

Eppure…

Eppure cucinare e mangiare bene è una cosa che abbiamo nel sangue. Se ci capita di mangiare per sopravvivere, quasi sempre in pausa pranzo, di sicuro ci stiamo mentalmente rifugiando nel momento prossimo in cui potremo finalmente gustare un piatto di pasta buono.

Quindi, più che insegnare complicate manovre di sbarco tra i fornelli, con ore e ore di preparazione, cercherò di insegnarvi un modo di pensare diverso. Il cibo è terapeutico. A tavola si risolvono i conflitti, lo stress e le delusioni, e si celebra l’amicizia, l’allegria e l’amore. Mangiare significa appartenenza e famiglia. Mio nonno sosteneva che Un panino e passa tutto, purché, aggiungo io, ve lo prepariate con tutta la cura che serve.

Dalla scelta degli ingredienti al piatto in tavola, vi farò assaggiare quello che gli italiani mangiano veramente ogni giorno, quando hanno mezz’ora di tempo, o poco più, per mettere insieme un pranzo o una cena che li faccia sentire a casa. Prima di cimentarvi nelle ricette, dovreste leggere tutti i “capitoli” di questa sezione: vi farò innamorare del cibo, come solo un italiano sa fare.

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